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L'io contemporaneo è
molteplice, differenziato, costretto all'interpretazione fulminea
di dati provenienti da spazi anche molto distanti. La rapidità
con la quale persone notizie e atteggiamenti si spostano, costringe
ad un'estrema malleabilità e "apertura" verso l'esterno.
Chi non assorbe il diverso da sé è destinato a soffocare
in una dimensione restrittiva. Nell'intreccio di esperienze tecnologiche
di vertiginosa e affascinante sincronia, la modernità cerca
radici storiche e archetipiche.
Alessandro Solbiati ha accettato la sfida. Il nucleo profondo della
sua scrittura pulsa in perfetta sintonia con il modo di essere attuale.
Il presente, con le sue potenzialità illimitate di frammentazione-ricomposizione,
permette alla memoria di riconquistare l'immaginazione. E se da
un lato riconosciamo i segni linguistici del secondo Novecento,
dall'altro ne avvertiamo un recupero in forme personalmente rivissute
come ancestrali.
Ecco perché l'opera di Solbiati è segnata dall'affannata
compresenza di ossimoriche tendenze, il cui sofferto scontro è
come fermato e fotografato nella poetica oscillazione di un equilibrio
instabile, per sua natura pronto a corrompersi per recuperarsi.
Non si tratta solo di cogliere il senso della tradizione colta occidentale
come patrimonio imprescindibile nel quale di volta in volta affondare
riemergendone con nuovi gesti. Da questo speculare sguardo tra passato
e attualità nasce un linguaggio denso, profondo, eppure palpitante
di recenti e originali intuizioni. I pezzi del suo catalogo aggiungono
tasselli che in qualche modo costringono ad una ridistribuzione
e ad una reinterpretazione dell'intero iter compositivo. Interattività
espressiva che caratterizza anche il senso formale di ogni suo singolo
lavoro.
Non ci troviamo però di fronte ad un gioco concettuale, ad
una sapienza astratta fiera del proprio ingegno, perché il
suo stile insegue sempre il respiro percettivo del materiale. Materiale
connotato in modo da "attrarre" verso la sua specifica
essenza musicale aloni di pensieri, affetti, immagini, parole.
Dal "peso" delle parole ambigue, dense di significati
storici e percettivi, scaturisce spesso l'avvio di catene associative
e immaginative che tracciano le proporzioni strutturali dei suoi
lavori.
E' ciò che accade nell'oratorio del 1986, Nel deserto,
che affida al coro la dilatazione esistenziale delle dinamiche affettive
e intellettive del testo biblico nella loro accezione di concentrato
simbolismo ma anche di sfuggente labilità esistenziale.
Senza intenti descrittivi, senza compiacimenti madrigalistici, Solbiati
accoglie nel segno sonoro il riverbero affettivo del testo. La faticosa
consistenza dei riferimenti simbolici si scioglie nella gamma di
sfumature timbriche della voce solista, delle voci bianche, della
voce recitante, del piccolo coro e dei nove strumenti.
Anche la scansione in quattro delimitate situazioni del Sonetto
a Rilke per flauto, clarinetto, fagotto, corno, pianoforte,
violino, viola e violoncello, offre continui scarti rispetto al
più evidente tragitto strutturale. Mentre ne seguiamo la
direzione principale, cogliamo interferenze, rimandi, sovrapposizioni
che ci costringono ad un ascolto attivo. Nel susseguirsi di atmosfere
il ricordo ci spinge all'indietro, realizzando il senso del mito
come prezioso scrigno di valori sospesi fra ciò che è
stato e ciò che sarà.
Così, mentre la microcellula reiterativa di quattro note
si dirama verso più ampi orizzonti timbrico-armonici, siamo
risucchiati al centro del materiale organizzativo ancora reinventato
nelle trame tematiche di flauto, clarinetto e fagotto fra i quali
si insinua l'ombra portante del corno. Sugli assi percettivi ed
esistenziali dell'ascesa e della discesa, la trasparente levità
dei fiati contrasta con l'inquietante ossessività degli archi.
La risposta è nel fremito vitale che la dialettica tra conscio
e inconscio, definito e indefinito, oggetto percepito e moto della
mancanza e del desiderio ci consegna come dono di speranza comunicativa.
In Canto per Ania, del 1992, l'elegante e fiera scrittura
del violoncello gioca con le ombre e i riverberi storici della propria
letteratura rivelandone i più rari e preziosi risvolti psicologici.
Direzionalità espressiva cui si contrappone il ruolo dilatato
degli altri quattordici strumenti che filtrano, separano, distorcono
i sussulti del violoncello rivelandone aspetti profondi e insondabili.
L'articolazione formale insegue la proteiforme tendenza degli organismi
a modificarsi sfruttando l'interferenza attiva fra i diversi parametri.
Non esiste, qui come nei tre pezzi per orchestra Die Sterne des
Leidlands (1991) o nel Quartetto con Lied per voce bianca
e quartetto d'archi (1992), armonia avulsa dal timbro o concezione
accordale che sovrasti il divenire orizzontale delle figure.
Anche nei tre pezzi Die Quelle der Freude per quintetto vocale
e orchestra (1993) su testi di Rainer Maria Rilke, la traccia di
senso che la memoria insegue come canto spezzato ma sempre vivo
- dal gesto di ferma volontà strutturale all'esausto sbriciolamento
dell'incedere ritmico - disegna una spirale sospesa tra alto-basso,
vicino-lontano, regolare-irregolare. E dall'incontro-scontro di
queste molteplici tensioni si formano sacche di nostalgica evanescenza.
Nel carattere imitativo e disteso delle voci - sorta di corale denso
di riverberi interni e di proliferanti trame contrappuntistiche
- nel lento scorrere di un materiale rarefatto che talvolta incanta
in situazioni timbriche di ipnotico fascino, riconosciamo ciò
che per Heidegger costituiva il senso trascendentale dell'uomo e
delle cose. Ogni oggetto, gesto, affetto o pensiero si "ulteriorizza"
protendendosi oltre se stesso.
Solbiati ci consegna nelle forme del mito, dell'archetipo, del fluido
scorrere dell'acqua e dell'inconscio, la forza della luce, dell'ascesa,
del sofferto sforzo di accettare e vincere - nella molteplicità
indecifrabile del segno creativo - il dolore del mondo.
Lidia Bramani
UP
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