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PER UN RILANCIO DEL CONSERVATORIO DI MILANO
Durante un Collegio Docenti d'inizio giugno, il Direttore ha esposto
senza alcuna reticenza la situazione economica del nostro Conservatorio,
dandone un ritratto a tinte fosche, ai limiti della sopravvivenza.
I fondi promessi dal Ministero sono sempre più scarsi e la
loro stessa erogazione viene centellinata come un'elemosina.
Si impongono alcune riflessioni, ma soprattutto si impone di saper
reagire con coraggio ed inventiva, onde evitare un disfattismo che
ci porterebbe quello sì, davvero, sull'orlo del baratro,
al disconoscimento delle nostre potenzialità e all'abdicazione
dal nostro indiscutibile ruolo di Istituto di Alta Formazione Musicale
di riferimento, in Italia.
La prima riflessione riguarda le stesse sovvenzioni ministeriali.
Possiamo amareggiarci, possiamo, anzi dobbiamo indignarci, ma non
possiamo certo stupirci del loro trend negativo, che dipende da
molte ragioni, alcune aberranti, ma altre, in parte frutto di nostre
responsabilità.
Il concetto ormai diffuso, iper-liberista e inaccettabile, secondo
il quale ogni attività va valutata in termini aziendali di
profitto, va a colpire tutti quei campi che non possono e non devono
condurre a un profitto, innanzitutto la scuola, la cultura, l'arte
e la sanità. Ci si dimentica che il loro "profitto"
non è valutabile in termini di denaro, bensì di difesa
e sviluppo della dignità umana e civile, di crescita di consapevolezza
della civiltà occidentale cui apparteniamo, di qualità
della vita, in fondo.
L'arte e la cultura sono da sempre il miglior termometro dello stato
di una civiltà: non credere nella loro vitalità significa
non credere in quella dell'intera società. Non investire
nella scuola significa non credere nella propria fisionomia culturale
e nel proprio futuro, e questo è un gravissimo segnale, in
un momento di confronto spesso drammatico tra culture differenti.
Questo è il motivo per cui dobbiamo più che lamentarci,
indignarci. Ma poi vi sono, molto più nello specifico, le
nostre attuali responsabilità, dovuto ad una forma di corporativismo:
mi riferisco alle strenua quanto assurda difesa in atto dello status
di Istituto Superiore per tutti i 70 e oltre Conservatori italiani.
E' noto che nella comunità europea il numero di Istituti
Superiori Musicali per ogni nazione varia dai due della Francia
ai poco più che venti della Germania. Ovunque si dica che
di tale titolo, in Italia, si fregiano tutti i Conservatori di Stato,
settantasei o settantasette, non lo so nemmeno, si ottengono in
risposta dei sorrisi increduli e vagamente derisori. Naturalmente,
ciò non significa che la "patente" di Superiore
debba essere attribuita acriticamente per posizione geografica o
peggio ancora per blasoni tutti da verificare. Vi sono tuttavia,
tanto per incominciare, alcuni parametri oggettivi che permettono
una valutazione: la percentuale di studenti di livello superiore
all'interno della popolazione scolastica di un Istituto, il numero
e la qualità di rapporti Socrates-Erasmus in corso, l'esistenza
e la qualità di strutture quali la Biblioteca, un'Audioteca,
sale da concerti e così via, la qualità dell'offerta
formativa proposta in termini di masterclass, di formazione orchestrale,
di strutture per le nuove tecnologie, la qualità e la quantità
di produzione artistica interna ed esterna alla struttura, l'afflusso
maggiore o minore di studenti da altre parti d'Italia o da altre
nazioni comunitarie e non, etc.
La valutazione di tutto ciò sarebbe una buona base di partenza
per un discrimine tra Conservatori (e il risultato di una tale indagine
sarebbe tutt'altro che scontato) e per quel secondo, scottante,
ma indispensabile passo che è la nascita di un nuovo criterio
per il reclutamento del personale docente di un Conservatorio di
vero livello superiore: il Conservatorio di Parigi, da trent'anni,
ad esempio, recluta i propri docenti mediante concorsi interni per
i quali viene effettuata dapprima una preselezione su curriculum
artistico, e poi un esame di taglio puramente didattico, una formula
ideale, a mio parere.
Ma perché mi soffermo su questo? Difendere strenuamente
lo status di Superiore per ogni Conservatorio significa rassegnarsi
ad una parcellizzazione ridicola delle già misere sovvenzioni
ministeriali. Qualora il Ministero innescasse un processo di selezione,
sarebbe poi costretto a sostenere in modo differente i prescelti.
Non che un Conservatorio "regionale" non abbia bisogno
di sostegno, ma ne ha in misura differente di un Istituto chiamato
a dover programmare cicli di masterclass, a dover dare spazi, strutture
e strumenti degni ai suoi studenti, a fornire orchestre agli allievi
di Direzione, ensembles a quelli di Composizione, a rafforzare i
contatti con l'estero e così via.
Ma poiché questo percorso appare ancora lontano ed inoltre
non condiviso da tutti, tanto vale rimboccarsi le maniche e prepararsi
ad agire all'interno dell'attuale condizione, fatta di sovvenzioni
scarse e incerte e status di Superiore da condividere con tutti
i Conservatori.
Nel suddetto Collegio Docenti d'inizio giugno, alla lucida relazione
del Direttore, qualcuno, come era logico attendersi, ha replicato
dicendo che, considerate le attuali difficoltà persino nell'effettuare
i pagamenti delle ore aggiuntive dei docenti, è assolutamente
necessario ridurre attività del Conservatorio quali le masterclass
o le produzioni della Filarmonica. Naturalmente è facile
lasciarsi tentare da questa proposta, che appare la soluzione più
immediatamente perseguibile. Io invece sono convinto esattamente
del contrario e ritengo si debba agire in due direzioni complementari:
una razionalizzazione dell'attività didattica e un rilancio,
non un ridimensionamento, del profilo del Conservatorio di Milano.
Partiamo dalla prima.
La progressiva trasformazione secondo riforma della struttura degli
studi musicali da quella tradizionale a quella basata su Triennio
e Biennio, trasformazione lenta e di durata ancora non prevedibile,
ci pone in una situazione assai complessa e direi paradossale: vecchio
e nuovo sistema convivono e convivranno ancora a lungo, e forse
in questo momento non è nemmeno un male, fintanto che non
si chiarisce esattamente chi si debba occupare del livello preparatorio
agli studi superiori.
E' altresì vero che il futuro incomincia a profilarsi, per
quanto riguarda l'istruzione inferiore, un futuro basato su anni
propedeutici forniti dagli stessi Conservatori Superiori, da convenzioni
con Scuole Civiche o anche private che possano garantire alcuni
parametri di preparazione e, personalmente spero, di Conservatori
divenuti "regionali" che preparino a quelli superiori,
un po' come avviene in tutta Europa. Penso che nessuno creda realmente
all'improvvisa nascita di decine di Licei ad indirizzo musicale
e soprattutto che questi possano realmente assolvere al compito
di condurre uno studente al limitare di un livello superiore. In
ogni caso, non è questa la via scelta in Europa.
La nuova struttura Triennio-Biennio ha visto moltiplicarsi in modo
esponenziale le discipline offerte e molti di noi ritengono da una
parte di dover avere la classe piena di allievi e dall'altra di
dover chiedere svariate ore aggiuntive, per potersi occupare delle
nuove discipline. La percentuale di docenti che vanno al di là
delle 12 ore è elevatissima e ciò è evidentemente
insostenibile oggi, in termini sia logistici sia economici.
L'obiezione secondo la quale solo lasciando affluire molti primi
corsi possiamo garantirci il numero e il livello dei "clienti"
futuri è debole e comunque transitoria: il futuro degli studi
inferiori, piaccia o non piaccia, non è all'interno delle
nostre mura, e, viceversa, rafforzando e qualificando l'offerta
formativa superiore noi facciamo sì che aumenti l'afflusso
nel nostro Conservatorio di studenti già di livello superiore
provenienti da altre parti d'Italia e dall'estero, e proprio di
questo abbiamo bisogno per divenire davvero superiori. Peraltro,
questo afflusso si sta già in parte verificando.
La razionalizzazione dell'attività didattica di cui parlavo
consiste quindi nel limitare e nel qualificare la presenza degli
studenti della propria classe, facendo in modo che le ore necessarie
a svolgere i corsi relativi alle nuove discipline vengano collocati
il più possibile all'interno delle dodici ore. Peraltro il
nostro corpo docente ha la peculiarità, a questo livello
unica in Italia, di comprendere competenze artistico-professionali
comprovate che vanno ben al di là della titolarità
di cattedra, e buon senso vuole che queste competenze vengano valorizzate
dal nuovo sistema Triennio-Biennio entro e non al di fuori dell'orario
di cattedra. I vantaggi che ne deriverebbero logisticamente e economicamente
sono sotto gli occhi di tutti.
La seconda direzione che indicavo è quella del rilancio
del profilo del Conservatorio, cioè di una reazione alle
attuali difficoltà economiche che sia contraria a quella
difensiva che proverrebbe da un ridimensionamento delle sue attività;
una reazione, più che di orgoglio, semplicemente di consapevolezza
del ruolo che il Conservatorio di Milano ricopre all'interno dell'istruzione
musicale superiore italiana.
Vi sono attività di immagine e di sostanza del Conservatorio
che sono sottodimensionate per motivi economici rispetto alle potenzialità:
la Filarmonica, qualsiasi ne sarà l'assetto futuro, potrebbe
essere una realtà ben più incisiva nel panorama almeno
milanese, il ciclo delle masterclass potrebbe essere uno dei più
prestigiosi d'Italia, perché esperienza mi ha detto che nessuno
rifiuta di tenere alcuni giorni di lezione al Conservatorio di Milano,
abbiamo grandi potenzialità nel campo del canto e quindi
anche del teatro musicale e non abbiamo un teatro, abbiamo studenti
che hanno vinto alcuni tra i più importanti concorsi al mondo
e non li "esibiamo" a sufficienza, siamo in una città
a vocazione tecnologica e la Sala Verdi non è attrezzata
sul piano appunto tecnologico, tanto per fare alcuni dei molti esempi
possibili. E tutto ciò, si badi, non per mancanza di idee
o di capacità, ma per carenza di fondi, di spazi e di strutture
e personale a livello organizzativo.
Ora, mi chiedo: realmente con il nostro nome e data la città
in cui ci troviamo, non siamo in grado di agganciare il capitale
privato ed ottenere un sostegno economico per le singole attività?
O semplicemente non ci abbiamo mai davvero provato?
Faccio alcuni esempi, si badi, solo alcuni dei tanti possibili:
a) abbiamo una delle più importanti Biblioteche musicali
e non esiste in essa una possibilità di ascolto musicale,
non esiste una vera audioteca (si tenga presente che a suo tempo
qualcuno aveva proposto di donare al Conservatorio un'immensa discografia,
ma non vi erano fondi per effettuare un passaggio su hard disk).
Davvero non riusciamo ad avere uno sponsor che ci attrezzi una sala
dotata di punti d'ascolto per la quale vi sarebbe addirittura lo
spazio?
b) Davvero non siamo in grado di trovare un sostegno forte per un
ciclo di masterclass prestigiose che si potrebbe svolgere anche
al di fuori dell'Istituto e che si potrebbe concludere con un ciclo
di concerti degli studenti?
c) Davvero non esiste chi si faccia carico per noi di uno spazio
teatrale in cui realizzare una produzione all'anno?
d) Abbiamo il corso di musicologia più qualificato d'Italia,
per quanto riguarda i Conservatori: davvero nessuno può appoggiare
un vero ciclo di pubblicazioni?
e) Le nuove tecnologie potrebbero costituire uno sbocco professionale
fondamentale: davvero nessuno ci può sostenere, sia in termini
di strutture e di materiali, sia in termini di didattica e di relazioni?
f) Potremmo effettuare scambi di attività artistiche con
i più importanti Conservatori d'Europa: davvero nessuno in
Milano può patrocinare un'iniziativa d'immagine come questa?
Ripeto, si tratta solo di alcuni esempi.
A questo punto, il mio è quasi un appello: è importante
ed improcrastinabile che il nostro Presidente, Dott. Micheli, che
tanto ha fatto e fa per il nostro Conservatorio inizi insieme a
noi un lavoro ostinato e meticoloso per creare un pool di sostenitori
privati ciascuno dei quali sostenga e patrocini una delle attività
poc'anzi indicate o altre ancora. Sono sicuro che vi sono tutte
le premesse perché ciò possa avvenire, a partire dal
nostro prestigio, da quello personale del Presidente stesso e dall'humus
sociale ed economico in cui ci troviamo.
Questo creerebbe un circolo virtuoso: maggior forza delle iniziative
significa maggior visibilità, un'offerta formativa più
ricca di sostanza e di sbocchi artistici e professionali significa
afflusso di studenti più qualificati e così via.
Ciò deve avvenire il più presto possibile: siamo
in un momento difficile, ma proprio da queste difficoltà
può provenire la spinta per un rilancio forte, definitivo
e moderno del nostro Conservatorio e quindi anche per un contributo
alla valorizzazione della musica, dell'arte e della cultura nell'Italia
di oggi e di domani.
Alessandro Solbiati
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